La polvere rossa di Caboxangue - La mia prima volta in Guinea Bissau

2026-aprile-2
C'è un momento preciso in cui capisci che la Guinea Bissau ti è entrata dentro ed è quando smetti di guardare l'orologio e inizi a guardare le persone.
A Caboxangue nel sud del paese, la terra è di un rosso intenso che non ti macchia solo i vestiti ma anche i ricordi. Sono partita per la mia prima esperienza di volontariato con lo zaino pieno di buoni propositi ma sono tornata con una consapevolezza che nessun racconto e nessuna foto avrebbero potuto darmi.
Tra le varie attività che abbiamo svolto le due principali sono state la scuola e il dispensario. Entrare nelle aule di Caboxangue significa scontrarsi con una fame di futuro migliore che traspare dai volti dei ragazzi. Il nostro compito non era solo monitorare il funzionamento didattico, ma assicurarci che il diritto allo studio passasse anche attraverso un piatto caldo che i ragazzi consumavano tra scherzi e risate nell'area adibita a mensa. Vederli in questo momento conviviale giocare e ridere è stata una delle gioie più grandi. In un contesto dove la sussistenza non è scontata, verificare che ogni bambino avesse un pasto garantito è stato l'aspetto più concreto del nostro impegno.
Al dispensario ho toccato al contrario la fragilità della vita.
Tra medicazioni e controlli, ho capito che qui la salute è una conquista quotidiana, difesa con forza e determinazione dai missionari e dal personale paramedico.
Ma il nostro compito non finisce tra le mura degli edifici. La vera essenza del villaggio l'abbiamo scoperta camminando. Abbiamo trascorso molto tempo tra i sentieri che attraversano il villaggio. Camminare significa scambiare saluti e grandi sorrisi continuamente, osservare la dignità delle donne che trasportano pesi incredibili con un'infinita grazia. Ma il ricordo più dolce e intenso è legato ai bambini. Sbucavano all'improvviso dai lati del sentiero, senza neanche conoscerti, e ti correvano incontro con una fiducia disarmante. Il loro primo istinto non era chiedere ma cercare il contatto, ti prendevano per mano con un'incredibile naturalezza. In quei momenti il mio cuore scoppiava e sorridevo pensando che avrei dovuto avere sei mani per poterne stringere una a ciascuno di loro. 
Tutti chiedono cosa io abbia portato alla comunità di Caboxangue.
La verità è che io ho ricevuto più di quanto abbia dato. Ho imparato che la felicità può essere giocare con un grosso copertone, giocare a calcio con una piccola pallina di carta ma soprattutto che la solidarietà è l'unica rete di salvataggio possibile.

Torno a casa con la polvere rossa ancora tra le cuciture delle scarpe ma con una consapevolezza che mi segnerà per sempre: prendere per mano un bambino è un segno d'amore, ti senti il cuore pieno di gioia ma avverti addosso anche il dolce peso della responsabilità. In quell'istante capisci che non sei li solo per camminare al loro fianco ma per far si che il loro domani sia all'altezza della fiducia che ti hanno dimostrato.

Erika Belluzzo 

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